“Le regole della scrittura possono limitare l’innovazione?” di Giulia G. – Il Labirinto di Parole #26

Articolo scritto da Giulia G. (@angry_grogu).

Quando si parla di scrittura emergono sempre gli stessi consigli. 

Mostra, non raccontare.

Inizia dal conflitto.

Taglia le descrizioni superflue.

Cattura il lettore fin dalla prima pagina.

Evita di confonderlo.

Sono suggerimenti che, nella maggior parte dei casi, funzionano. Il problema nasce quando smettiamo di considerarli strumenti e iniziamo a considerarli leggi. Perché a quel punto una domanda diventa inevitabile: “Se ogni autore scrivesse esclusivamente ciò che il lettore si aspetta, la letteratura continuerebbe davvero a evolversi? Oppure finirebbe per assomigliare sempre di più a sé stessa?

La letteratura è sempre nata dalla rottura delle convenzioni. La storia della narrativa è piena di autori che hanno costruito opere straordinarie proprio facendo ciò che, sulla carta, non avrebbero dovuto fare.

Prendiamo James Joyce. Ancora oggi molti lettori trovano Ulisse difficile da affrontare. La struttura è complessa, il flusso di coscienza rompe continuamente le convenzioni narrative e la lettura richiede uno sforzo che pochi editor moderni consiglierebbero a un autore emergente. Eppure oggi viene considerato uno dei romanzi più influenti del Novecento.

Oppure Kafka. Le sue opere sono state spesso descritte come strane, inquietanti, prive delle spiegazioni che normalmente ci aspetteremmo da una storia. I suoi romanzi non accompagnano il lettore. Lo abbandonano dentro l’assurdo. E proprio per questo hanno lasciato un segno nella letteratura.

José Saramago eliminò gran parte della punteggiatura tradizionale. Dialoghi e narrazione si fondono in lunghi periodi che molti lettori trovano inizialmente disorientanti.

Cormac McCarthy rinunciò alle virgolette e a molte convenzioni grammaticali considerate standard.

Se osserviamo queste opere attraverso il filtro delle moderne regole di scrittura, molte di esse sembrano quasi errori. Eppure non lo sono.

Questo significa che le regole siano inutili? Assolutamente no.

Le regole esistono per una ragione: nascono dall’osservazione di ciò che funziona più spesso. Sono il risultato di secoli di sperimentazione narrativa, ignorarle completamente sarebbe ingenuo. Ma c’è differenza tra conoscere una regola e considerarla intoccabile.

Tutti questi autori hanno qualcosa in comune. Non hanno semplicemente infranto una convenzione narrativa. Hanno chiesto qualcosa in più al lettore. Più attenzione. Più pazienza. Più partecipazione. E questo ci porta a una domanda forse ancora più interessante. L’arte deve adattarsi sempre al lettore?

Qui la questione si complica, perché quando si parla di narrativa emerge spesso un’idea implicita: il lettore deve essere sempre a proprio agio. Ma se portassimo davvero questo principio alle sue estreme conseguenze, che tipo di letteratura otterremmo? Probabilmente una letteratura molto efficiente, molto leggibile e molto accessibile. Ma anche sempre più simile a sé stessa, perché se ogni autore scrivesse esclusivamente ciò che il lettore si aspetta, la letteratura smetterebbe di evolversi. 

Le innovazioni si manifestano quasi sempre quando qualcuno decide di rompere una convenzione. Quando un autore accetta il rischio di essere giudicato strano, difficile o persino sbagliato. Ogni nuova forma espressiva, almeno all’inizio, appare come una deviazione dalla norma. Eppure è proprio da quelle deviazioni che spesso nasce qualcosa di nuovo. Ma perché tendiamo a considerare il comfort del lettore così importante? Forse perché spesso diamo per scontato che una buona opera non debba richiedere alcuno sforzo.

Ogni opera artistica chiede qualcosa.

Un altro aspetto che raramente viene discusso è l’idea che il pubblico non debba fare alcuno sforzo. Ma è davvero possibile? Ogni opera artistica impone qualcosa al proprio fruitore. Sempre.

Un thriller impone tensione.

Un fantasy impone l’accettazione di un mondo che non esiste.

Un romanzo introspettivo impone riflessione.

Una poesia impone interpretazione.

Un libro sperimentale impone pazienza.

La domanda non dovrebbe essere: “L’opera mi sta chiedendo qualcosa?” Perché la risposta è inevitabilmente sì.

La vera domanda è: “Ciò che mi sta chiedendo vale ciò che mi offre in cambio?”

Questa è una differenza fondamentale, perché non tutte le difficoltà sono difetti. A volte sono semplicemente il prezzo necessario per vivere una determinata esperienza artistica. 

E forse questa riflessione è più attuale che mai. Oggi viviamo in un’epoca particolare, in cui tutto viene misurato attraverso la capacità di mantenere alta l’attenzione.

Video più brevi, contenuti più immediati, ritmi più veloci, gratificazioni più rapide: anche la narrativa, inevitabilmente, viene influenzata.

Sempre più spesso si chiede ai libri di comportarsi come sceneggiature, di essere veloci, visive, immediate, facili da consumare. Non c’è nulla di sbagliato in questo: molti romanzi eccellenti possiedono proprio queste caratteristiche. 

Il problema nasce quando queste caratteristiche diventano l’unico modello considerato valido: la letteratura non è nata per essere soltanto consumata; è nata anche per essere contemplata, interpretata, riletta. A volte perfino sopportata.

Esistono libri che si divorano in una notte e altri che chiedono settimane. Mesi. Talvolta anni. Entrambi hanno diritto di esistere.

Conoscere le regole non significa obbedire ad esse.

Uno scrittore dovrebbe sapere perché una tecnica funziona. Dovrebbe comprendere quale effetto produce sul lettore. Solo a quel punto può decidere consapevolmente se utilizzarla oppure no. Perché l’innovazione non nasce dall’ignoranza delle regole, ma dalla loro comprensione. Molti degli autori che hanno rivoluzionato la letteratura non erano scrittori inesperti che procedevano a caso: erano autori che conoscevano profondamente il linguaggio e che hanno scelto di piegarlo a un’esigenza diversa

Per questo credo che uno scrittore non dovrebbe limitarsi a cercare ciò che “funziona”. Quello è il terreno delle formule. Il suo compito è capire quale storia vuole raccontare e trovare il modo più autentico per farlo. A volte questo significherà seguire una strada già percorsa. Altre volte significherà avventurarsi in territori che potrebbero non piacere a tutti.

Ed è giusto così.

Perché se esistono opere che ci cambiano, è quasi sempre perché qualcuno ha avuto il coraggio di tentare qualcosa che non era ancora stato fatto. E forse il valore più grande dell’arte non è confermare ciò che già conosciamo: è mostrarci possibilità che prima non eravamo nemmeno in grado di immaginare.

Reazioni nel fediverso

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Ariadne Taylor

Come la principessa di Creta, possiedo un filo. Lei lo usò in un oscuro labirinto per liberare se stessa; io lo sciolgo in un labirinto di parole per liberare le mie storie.
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