Articolo scritto da Andrea Ventura (@aven_9045, @il_quindieviduo).
Partiamo dal presupposto che in un collettivo il pensiero di uno diventa argomento di discussione.
Scrollando i social per vedere quello che fanno i ragazzi del Quindie, mi sono imbattuto in un post di Chiara Bastianelli in cui si parla del (Non) Supporto, cioè il supporto finto, che si limita a cliccare il tasto “Follow” senza però effettivamente seguire.
Mi annoia moltissimo parlare di come funzionano i social, quindi bypasserò tutta questa parte e la lascerò a quelli bravi. In questa sede, preferisco parlare di persone e di cosa fanno.
La verità è che escono troppi libri per poterli seguire tutti. C’è poco tempo per pensare a noi stessi, vogliamo veramente credere che quel poco tempo dobbiamo usarlo per pensare agli altri?
Ecco, questo è lo scoglio più grande che un collettivo come il Quindie si trova ad affrontare. Il tempo che manca.
Spesso può essere visto come alibi, ne convengo. Spesso viene visto come un fatto incontrovertibile ma, di conseguenza, non farà altro che generare ansia, paura, sconforto, frustrazione e metteteci voi altri aggettivi simili.
Quanto è difficile creare una community? Molto, vero?
Anzi, direi che il tempo e la voglia si esauriscono in fretta. Mettiamoci anche che l’erba del vicino è sempre più verde e allora paragoniamo, ci sentiamo in ritardo, e allora dobbiamo produrre sempre più in fretta cose che, lo sappiamo, guarderanno in tre.
Ecco, no.
Anch’io ero così. Ero convinto che il rapporto fosse tra autore ed eventuali lettori che, secondo un certo modo di pensare, hai avuto la fortuna di trovare. Un po’ come nella pesca a strascico, un po’ come nel gioco di acchiappa la talpa.
E, nel frattempo, gli algoritmi se la ridono. Loro ti vogliono così. Ti vogliono un automa, un qualcuno che pensa a essere veloce e a pubblicare, pubblicare, pubblicare, in un’eterna slot machine sperando di diventare virale anche tu.
Ecco perché ho deciso di rinunciare a crearmi la mia community. Il rapporto non può essere “Autore e speriamo lettori”, no, perché sappiamo che non funziona.
E se qualcosa non funziona, dobbiamo risolverla.
Ecco il Quindie.
Il collettivo che sto costruendo è fatto di una sola comunità. Una per tutti. E sai perché?
Perché non c’è neanche un autore.
Una volta assodato che nel Quindie si legge, cambia tutto, gli algoritmi impazziscono, il produrre non serve più. Anzi, non ti chiede nemmeno tempo perché il tempo per leggere lo spendevi già da prima!
Non siamo più incasellabili, non siamo gestibili, siamo ribelli.
Siamo solo gente che legge, e dunque si supporta a vicenda, si accorge delle ferite e delle ansie dell’altro e le fa proprie.
Le. Fa. Proprie.
Sapete, è questo il sentiero che ho deciso di tracciare e trovare persone che mi stanno aiutando ha fatto sì che questo sentiero sia diventato più lungo di quanto avessi previsto.
Potresti dirmi: “Sì, però hai rinunciato a essere autore, in altre parole se gli autori non si supportano i lettori sì. E che cambia?”
Cambia che gli autori sono anche lettori. Anzi, sono soprattutto lettori.
E se ti dicessi che, tra un consiglio e l’altro, poi spunta anche il tuo libro? Se ci fosse una comunità che ti vede mentre consigli libri, si accorge di te e inserisce il tuo libro in lista?
Se ci fosse una comunità che, alla fine del percorso, creasse uno stand vero in carne e ossa fatto di gente che si conosce sul serio?
Eccoci, dunque.
Supportiamo i lettori. Scopriremo che, dietro, c’è un autore che in fondo al cuore vuole davvero questo:
Esseri Umani.
Non algoritmi.
Esseri. Umani.
Esseri umani che fanno un’azione lenta come leggere. Pensa quanto siamo rivoluzionari!







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