“Piccoli dilettanti felici? Alla ricerca di una vocazione che non arriva mai” di Take Otòs – Il Labirinto di Parole #24

Articolo scritto da Take Otòs  (@take_otos).

Sapevo che questo giorno sarebbe arrivato.

Il giorno in cui avrei fatto i conti, nero su bianco, con uno dei dilemmi che mi accompagna da sempre.

Ci ho scritto sopra un romanzo intero, quindi evidentemente la questione non è ancora risolta.

Il pilastro di quella storia è questo: l’arte può salvarci in un mondo che non ci dà più strumenti per capire chi siamo?

Ma forse l’aspetto più interessante non è nemmeno la domanda, quanto il modo in cui continuo a tornarci.

Perché prima ancora di chiederci se l’arte possa salvarci, dovremmo chiederci chi siamo noi davanti all’arte. Davanti a ciò che ci chiama.

Ho passato una vita a cercare di essere una professionista, a detestare il sospetto di essere soltanto una dilettante, a sapere di avere talento e, allo stesso tempo, a capire con una lucidità quasi offensiva, di non essere un genio.

L’esperienza, almeno, ha questo pregio: prima o poi risponde. E molto di quello che credevo di sapere si è rivelato diverso.

La bugia elegante di partenza è questa: basta avere talento.

È una delle frasi fatte preferite del nostro tempo, insieme a segui i tuoi sogni e sii te stesso, che detta così significa tutto e quindi niente.

Il talento ha un certo fascino perché è democraticamente crudele: o ce l’hai o non ce l’hai. È comodo. Assolve chi fallisce e mitizza chi riesce.

Ma che cos’è il talento?

La parola viene dal greco «talanton». Per dirla con Troisi: un fiorino. Prima un’unità di misura del peso, poi una moneta. Non è qualcosa che sei. È capitale. Qualcosa che ti viene consegnato.

Se fossimo Aristotele diremmo che il talento è potenza. Una possibilità.

È la mano naturalmente veloce del pianista, l’orecchio che riconosce l’armonia prima ancora di studiarla, il corpo che capisce il movimento prima della tecnica.

E quindi, l’atto cos’è? Questa potenza, che forma reale prende quando si rivela?

Il talento è spesso sopravvalutato. Una possibilità che non è ancora un destino impressiona molto più della disciplina. Perché non è ancora nulla. Proprio per questo può diventare qualsiasi cosa. Può farci sognare.

È l’innamoramento, la scarica di adrenalina che ci fa dire: posso tutto.

E quando prende forma, diventa un matrimonio.

Con tutto quello che ne consegue. Il fuoco iniziale si perde in favore del giorno dopo giorno. Del costruire.

Questo è il professionista.

Dal latino «professio»: dichiarare apertamente. Professare.

Non è solo fare un lavoro. È assumersi pubblicamente la responsabilità di farlo bene. Se il dilettante scrive quando arriva l’ispirazione (ci torniamo), il professionista scrive perché è martedì e il capitolo non si finisce da solo.

C’è qualcosa di profondamente poco romantico in questo, e proprio per questo profondamente sacro.

Richard Sennett, parlando dell’artigiano, dice che la mano e la mente imparano insieme. Ripetere non è degradazione. Il professionista non aspetta il miracolo: prepara il tavolo perché, se il miracolo decide di passare, trovi spazio per rivelarsi.

È devozione. Che parola magnifica.

Sapete da dove viene? Dal latino «devotio». Non indicava inizialmente la dolcezza religiosa che immaginiamo oggi, ma un atto radicale di consacrazione.

«De-vovere»: votarsi completamente. Offrirsi. Consegnarsi. Affonda le sue radici nella Militia romana, quando il generale sacrificava la propria vita agli dèi per vincere la battaglia. Un rito collettivo che potrebbe farci pensare al seppuku giapponese, ma profondamente diverso.

Non è autoespiazione per onorare sé stessi. È una compravendita (dopotutto i romani sono sempre stati pratici): consegno me stesso agli dèi affinché accada qualcosa di più grande della mia vita.

Pensate a quanto è importante questo aspetto. Lavorare davvero su qualcosa non ha niente a che vedere con l’ispirazione romantica. Ha molto più a che fare con una forma di sacrificio.

Il professionista non è chi lavora tanto. È chi si è votato.

Non dice: lo faccio finché mi piace. Dice: lo faccio perché ho deciso che questa cosa merita una parte della mia vita.

È fedeltà. Proprio come in un matrimonio.

Ed è qui che entra il conflitto col gioco. Con l’essere dilettanti.

Una parola che oggi usiamo quasi come un insulto e che invece, un tempo, era la più nobile delle aspirazioni.

Da «delectare»: provare piacere. Il dilettante era colui che faceva arte senza bisogno di venderla. Di solito era benestante, quindi in quella condizione sociale invidiabile in cui aveva tempo e mezzi per pensare solo, appunto, al proprio diletto.

Era libero.

Il dilettante non era mediocre. Al contrario, era colui che poteva esprimere le proprie attitudini senza la catena del quotidiano, della sopravvivenza, del pane in tavola.

Schiller direbbe che è l’uomo nel suo stato più umano: quando gioca. Quando non produce, non ottimizza, non trasforma la propria espressione in una prestazione. Il dilettante non risponde al mercato, ma al desiderio.

Ogni professionista davvero onesto passa gran parte della propria vita a ricordare com’era quando giocava e basta. Quando seguiva la pulsione.

Il mio maestro diceva: “Guardate i bambini se volete imparare qualcosa. Loro sono sempre stupiti. La vita è una continua pagina bianca dove possono lasciare la loro impronta per la prima volta. Guardateli quando giocano: fanno tremendamente sul serio.”

È così: il gioco è una cosa seria. Il fanciullino è una cosa seria.

Ma l’evoluzione della nostra società, che ci porta sempre di più a essere strumenti per generare prodotti di consumo che, a nostra volta, consumeremo, non può che spingere verso il professionista, denigrando il dilettante.

Perché il professionista produce sempre. Il dilettante, solo se ha voglia.

Ed è qui che si colloca l’ultima e, forse, più interessante figura: il genio.

La parola più abusata e meno capita. Dal latino «genius»: il nume tutelare, lo spirito generatore. Per Kant il genio è il talento naturale che dà la regola all’arte. Non segue la regola. La crea.

Il professionista colpisce sempre il bersaglio.

Il genio, direbbe Schopenhauer, colpisce un bersaglio che gli altri non riescono nemmeno a vedere.

È la differenza fra eseguire perfettamente una forma e inventare una forma nuova. Fra suonare bene e cambiare per sempre il modo in cui la musica verrà ascoltata. Il genio inquieta perché non è rassicurante, non è meritocratico, non è spiegabile.

Il professionista ci consola: se lavori abbastanza, arrivi. Il mio maestro mi ripeteva: il lavoro batte il talento, se il talento non lavora duro. E io mi allenavo pensando che fosse abbastanza.

Il genio, invece, sembra una frattura nella logica del mondo. Platone lo chiamerebbe mania divina. Aristotele forse intelletto agente. Per Kant, chissà, sarebbe la natura attraverso cui parla il noumeno.

In ogni caso, non assomiglia mai a una carriera. Assomiglia più a una condanna.

A una vocazione. Forse, fra tutte, la mia parola preferita.

Dal latino «vocare»: chiamare. Vocazione non significa ciò che ti piace fare. È ciò che ti chiama e la differenza è feroce. Il piacere parte da te. La vocazione arriva da fuori.

Per questo Max Weber usa Beruf, che in tedesco significa insieme professione e chiamata.

Non scegli. O almeno, non solo. Vieni scelto.

E questo spiega perché certe persone non riescono semplicemente a smettere. Non perché siano disciplinate ma perché disobbedire a quella chiamata produce una forma di infelicità specifica. Una stonatura ontologica. La vocazione non promette felicità, piuttosto è un bisogno quasi fisiologico.

Chi segue davvero la propria vocazione non sarà mai un influencer, un motivatore. Fa perché non può fare altro. Seguirlo è un problema tuo.

Allora dov’è l’equilibrio, se c’è?

Se ci riteniamo artisti, cosa dobbiamo essere per soddisfare l’aspettativa della nostra arte? Il dilettante abita il gioco, l’impulso ludico di Spieltrieb: l’uomo è pienamente uomo solo quando gioca. Il gioco è libertà. E non è forse una condizione fondamentale dell’arte?

La devozione, invece, introduce il peso. La ripetizione. Il limite. Il dovere. Se il dilettante cerca il piacere, il professionista cerca la costanza. Non c’è dispersione. Ma si rischia l’aridità. Quanti professionisti non ci dicono niente, e quanti dilettanti qualsiasi ci fanno vibrare.

Forse l’equilibrio è non perdere il desiderio quando arriva la responsabilità.

E forse c’è del genio anche in questo.

Nel mio romanzo investigo diverse angolazioni dell’arte proprio perché è difficile trovare una risposta.

Daniel è talento puro. Ma suo fratello Viktor è un genio: abita stanze dell’arte che nessuno osa davvero guardare. Daniel che se ne fa del talento, se non sa dove andare? Ha fra le mani ogni sorta di bene e ricchezza e non sa a cosa devolverli.

Subisce la rivalità con Keith, che unisce genio e professionismo. Ma Keith ha dimenticato da tempo cosa lo diverte quando danza o suona il violino. Solo Louise sembra ricordargli il piacere dell’arte. Se non fosse per il senso di inadeguatezza che mina i sentimenti di lei.

Fra loro c’è Rei. Un talento? Sicuramente. Una dilettante? Per molti. Ma lei ha qualcosa che la chiama. Non sa bene cosa, la memoria, forse. Di un luogo che nessuno sa dove sia e che le insegna che l’armonia non è tutto. Che il disallineamento, forse, è identità. E per quella vocazione è disposta a tutto.

Rei non è un genio perché suona meglio. Ma sa sentire quello che gli altri ancora non sanno di provare.

Perché a cosa serve arrivare sulle vette del Parnaso se non ispiriamo nessuno? Eseguire qualcosa in maniera perfetta ha senso se non ci graffia?

Quando, nel 2007, Joshua Bell ha suonato Bach nella stazione della metropolitana di Washington DC, quasi nessuno si è fermato ad ascoltarlo. Nonostante suonasse uno Stradivari del 1713. Nonostante avesse fatto il tutto esaurito alla Symphony Hall neanche tre giorni prima. Non perché non sia un genio. Ma perché l’arte è qualcosa di personale.

Colpisce ciascuno di noi in modi diversi e spesso siamo troppo occupati ad andare al lavoro per accorgercene.

Allora sarebbe stato meglio un violinista meno talentuoso ma un’esibizione più dirompente?

Non lo so.

So anche che raramente siamo una cosa sola.

Piuttosto, siamo discreti in tante cose e passiamo la vita a cercare una vocazione che non arriva mai, perché questi talenti non vengono nutriti da una determinazione e una devozione sufficienti. Rimaniamo piccoli dilettanti infelici e, se non ci diverte, alla fine, non siamo neanche quello.

Curioso, perché salvo pochissimi casi la maggior parte di noi è un po’ tutto questo: un po’ dilettante, un po’ professionista, magari genio, certamente abbastanza talentuoso.

Siamo abituati alla performance e allora cerchiamo di fare bene tutto. Siamo multitasking persino nelle passioni.

Io sono così.

Un po’ pianista, un po’ scrittrice, un po’ artista marziale. Ho talento quasi in tutto. Disegno facilmente, scrivo facilmente, suono facilmente. Ma ho iniziato a essere felice quando mi sono messa anima e corpo a studiare Aikido. Ero una dilettante che voleva diventare professionista. Non potevo fare altro che studiare, nient’altro che allenarmi. E ogni giorno scoprivo che tutte le altre cose che sapevo fare convergevano lì. Il disegno è diventato il mio talento nell’usare il pennello. La morbidezza necessaria. Il pianoforte è diventato il mio talento nell’uso della spada, il rigore e la delicatezza necessari. La scrittura ha sublimato tutto. Ha dato permanenza a un movimento irripetibile.

Ha reso universale il mio attimo.

A un certo punto ho capito che non ero un’Aikidoka. Ero un’entusiasta.

Alla greca: «en-theos». Con il dio dentro.

Mi nutrivo di qualcosa che mi passava attraverso e che volevo comunicare, ed ero disposta a ogni sforzo per riuscirci perché compierlo mi dava senso.

Una piccola poesia.

È arte? Non saprei.

Ho sempre pensato di essere dispersiva, come le note sopra e sotto il pentagramma. Mi sento così. Mai al centro delle righe e degli spazi.

In fondo anche i miei personaggi sono così: idol abili in più discipline.

Volevo mostrare proprio questo. L’arte non deve essere assoluta.

Anzi. L’arte non deve essere.

Forse questa è l’unica cosa che ho capito.

Parafrasando Troisi: l’arte non è di chi la crea. È di chi gli serve.

Alla fine, ha ragione Tatsumi Hijikata: la cosa importante, se ti guardo, è che sia valsa la pena vivere.

Reazioni nel fediverso

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Ariadne Taylor

Come la principessa di Creta, possiedo un filo. Lei lo usò in un oscuro labirinto per liberare se stessa; io lo sciolgo in un labirinto di parole per liberare le mie storie.
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