“Perché ci piacciono i cattivi delle storie?” di AlessiaSayu – Labirinto di Parole #8

Riflessione scritta da @alessia_sayu.

Negli ultimi tempi è diventato sempre più evidente, ma potremmo affermare che una storia che ha dato inizio – e in un certo senso ha sdoganato – il trope enemies to lovers è stata La Bella e la Bestia della Disney. A loro si sono aggiunti zombie, principi fae, vampiri e ship create dalla community, come la “Dramione”, che rafforzano l’idea che l’uomo verbalmente aggressivo è “cool”: lui la tratta male, non la rispetta, la insulta… ma lo fa perché sotto sotto gli piace, però non riesce ad esprimere i suoi sentimenti per lei! Vero?

No.

Non ci siamo proprio. C’è bisogno di fare un passo indietro e vedere con chiarezza cosa si nasconde sotto il tappeto del romanticismo forzato…

Nel caso della sopracitata coppia non-canon formata da Draco Malfoy e Hermione Granger, è chiaro che su molti aspetti lui fosse influenzato e manipolato dai valori inculcati dal padre; tuttavia, tra i vari esempi, vorrei citare la scena presente nel quarto libro, Il calice di fuoco:

«Però non toccarmi la mano, me la sono appena lavata».

Penso che chi si rivolga a qualcuno in questo modo e con evidente disgusto, sicuramente non prova sentimenti d’amore o attrazione (senza contare che durante il secondo anno ne aveva auspicato persino la morte), e posso affermarlo in base alla mia esperienza, dato che a scuola mi sono sentita rivolgere una frase molto simile a questa, purtroppo. Malgrado ciò, guardando gli eventi degli ultimi due film, non si può negare che Draco iniziasse a mostrare qualche dubbio circa le proprie convinzioni ed è quindi comprensibile che una larga parte del pubblico femminile volesse provare a dare una visione diversa del giovane serpeverde. Tuttavia, personalmente trovo il coinvolgimento della Granger davvero fuori luogo e ritengo che se si fosse pensato ad Astoria Greengrass o ad un altro personaggio anche originale, mantenendo il trope, le storie sarebbero risultate più interessanti e maggiormente verosimili, permettendoci di vedere comunque il cambiamento del ragazzo e la sua complessa personalità.

Il problema principale è quando si segue questa tendenza senza consapevolezza, per cui il messaggio trasmesso diventa quello di continuare a dare per buona una visione tossica della donna come la “crocerossinacapace di vedere oltre la maschera del mostro (che nel frattempo attua violenze di ogni tipo, prime fra tutte controllo e gelosia) e resta in relazioni sempre più soffocanti, convinta che con il suo amore possa “salvarlo” o cambiarlo. C’è una frase che trovo esplicativa a tal proposito, pronunciata da Lyanna Stark a suo fratello Ned riguardo a Robert Baratheon nella saga de Il Trono di Spade:

«L’amore è una cosa dolce, ma non può cambiare l’indole di un uomo.»

E se qui stiamo parlando di “semplice” infedeltà, figuriamoci per il resto.

Sebbene negli ultimi tempi abbia cambiato idea e sia passata ai “golden boys”, riconosco e ammetto che io per prima ho letto romanzi, fanfiction e ho guardato film in cui questo trope era presente, dato che è uno dei miei preferiti insieme al forbidden love, anche in casi non-canon (capitan Sparrow e commodoro Norrington, sto parlando di voi!), ma solo se e quando era ben strutturato e inserito nel racconto. Difatti, ciò che ha sempre catturato la mia attenzione più di ogni altra cosa era una crescita dei personaggi reale, un rapporto complesso e intenso, magari problematico e tormentato, in assenza però di una glorificazione della violenza o di cattiveria gratuita, messe lì solo perché sono soluzioni narrative che ormai vanno di moda e quindi le mettiamo un po’ ovunque.

Nel film  Frankenstein, uscito nel 2025, è chiaro che questo pseudo-amore è sempre più messo “a casaccio”: penso che il rapporto che nasce tra la protagonista e la creatura non abbia alcuna ragione di esistere, perché non ha nessuna base solida. Ma perché, mi chiedo? Vorrei avere una valida motivazione a supporto di quello che il film mi mostra e non solo che lui “poverino, era incompreso…”.

L’aspetto più grave secondo me è questa forzatura: le donne costrette ad essere accoglienti, gentili e comprensive verso qualsiasi cosa facciano gli uomini. Alla lunga, da amanti e compagne di vita vengono ridotte a figure materne prive di libero arbitrio che devono soltanto coccolare e accettare, rimanere zitte e a testa bassa davanti a tutti i capricci – o meglio, ordini – del loro marito/fidanzato, che in realtà è un Peter Pan cresciuto male (nei casi meno allarmanti).

Al contrario, risulta evidente che quando è la donna nella fiction ad essere “mostruosa” o violenta, non si parla quasi mai di amore “che salva”: in molti casi, l’unica soluzione è la condanna della “strega”, senza alcuna esitazione. Una delle poche eccezioni si coglie in Fiona del film d’animazione Shrek, dove, nonostante il suo aspetto alla fine resti da orchessa, l’attenzione è rivolta maggiormente sulla sua personalità e lo stesso vale per il protagonista maschile. Anzi, la storia insiste proprio sul fatto che la bellezza esteriore non significa necessariamente gentilezza e bontà d’animo, come confermano le figure del principe Azzurro, della fata Madrina e di Lord Farquaad; soprattutto, pone in luce e smaschera chi sceglie di ingannare e nuocere agli altri per il proprio vantaggio, sfruttando vuote cortesie e finta dolcezza. Sono convinta comunque, che se la nostra principessa fosse stata descritta come il “villain” della storia, malvagia e sanguinaria, di sicuro non avrebbe avuto un lieto fine con tanto di bacio del “vero amore”, piuttosto si sarebbe fatto avanti un giovane, audace eroe pronto a sconfiggerla, ottenendo lodi e gloria.

Infatti, una storia del tipo La Bella e la Bestia a parti invertite, prova che un personaggio come Annie Wilkes in “Mysery” non viene per niente idealizzato e romanticizzato e sebbene sia intenso, magnificamente scritto e interpretato, è etichettata come folle e disturbante. Nel suo caso, il passato difficile non è preso in considerazione e nemmeno possibili traumi a quanto pare… Per quale motivo a lei e ad altre antagoniste non viene concessa quasi mai l’occasione di redimersi, di cambiare e di essere “salvate”?

È l’ennesima prova a dimostrazione che la violenza femminile non viene giustificata e compresa allo stesso modo di quella perpetrata dagli uomini, al punto che perfino Pyramid Head di Silent Hill ha il suo fanclub con storie romantiche e fanart annesse.

Questi esempi tendono a farci percepire che abbiamo valore soltanto quando ci pieghiamo e/o creiamo, anche inconsapevolmente, una competizione con altre donne: da un lato, attraverso l’isolamento e le bugie della controparte maschile (in base a come è pensata la nostra società, anche alcuni uomini sono vittime in tal senso, tenuti a non mostrare mai le loro emozioni e sensibilità perché gli è stato insegnato così); dall’altra, i giudizi verso e tra noi donne, al posto di riconoscere i casi in cui siamo vittime di tale manipolazione.

In questo modo, anche nella vita vera si scambiano il desiderio per attrazione e la passione effimera per interesse sincero, così facendo, ci sfugge che le relazioni diventano, invece, una gabbia di incomprensione e incapacità di comunicare le proprie necessità, senza rispetto né sostegno, con mille difficoltà e sfide – neanche fosse una missione top secret da portare a termine – dove se si parla lo si fa attraverso indizi ambigui ed enigmi.

Ma allora, ne vale la pena?

Perché siamo così in fissa con i “bad boys”? Forse perché scambiamo per amore e impegno quell’attesa di una svolta, che qualcosa o che lui cambi grazie a noi (spoiler: non succede), dipendenti da questo sentimento e dalla speranza che altro non sono che una trappola da cui non vogliamo allontanarci, anche se potremmo, perché è l’unico modo che conosciamo di “sentire”, che assume valore quando ci autodistruggiamo.

Detto questo, è giusto riconoscere che attraverso la lettura di questo genere di storie, possiamo osservare molte dinamiche e situazioni per noi indubbiamente pericolose o tossiche, pur senza esporci in modo diretto alla sofferenza che proveremmo se le vivessimo sulla nostra pelle. Ecco perché quando sono scritte bene e con intelligenza ci aiutano anche a capire meglio il nostro carattere, il modo di relazionarci con gli altri e perché no, godere comunque delle nostre fantasie e dei desideri più segreti e inconfessabili.

In conclusione, mi farebbe molto piacere sapere cosa ne pensate voi. Quali sono i vostri “guilty pleasures” se ne avete e qual è il vostro trope preferito? Siete più per i “bad boys” o per i “golden boys”?

AlessiaSayu. Mi trovate su IG: QUI 👈🏻

2 risposte a ““Perché ci piacciono i cattivi delle storie?” di AlessiaSayu – Labirinto di Parole #8″

  1. Avatar Ariadne Taylor

    Commento anch’io in primis perché Alessia ci ha dato un sacco di spunti su cui riflettere, oltre che a raccontarci dei suoi gusti personali!

    Come dici anche tu, secondo me sta tutto nella consapevolezza. Se razionalmente facciamo una netta distinzione tra finzione e realtà, allora un po’ di sano guilty pleasure con qualche villain ci sta alla grande 🤭, purché sia scritto bene e in modo credibile, come qualsiasi altro contenuto, del resto.

    Al momento i miei gusti sono vari. Tendo ad adottare i “golden” e a proteggerli sotto la mia ala, ma anche ad apprezzare un personaggio “dark” ben scritto (dove il fascino non scaturisce dai suoi tratti problematici, ma dalla complessità del suo carattere e della sua storyline)!

    E poi condivido, la finzione è anche quel posto sicuro dove possiamo vivere tutte le nostre fantasie, anche quelle più audaci o improbabili, senza incorrere in pericoli reali, ma guadagnandoci solo del sano intrattenimento.

    Ancora grazie per aver espresso il tuo pensiero nel Labirinto! 🩵

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    1. Avatar aledigiorgiosy4
      aledigiorgiosy4

      Ciao Ariadne ☺️ condivido in pieno: chi non ha qualche “peccatuccio” nascosto…🤭

      L’importante è sempre saper distinguere, appunto, la finzione dalla realtà. Eeeh, ti capisco benissimo, anche io ho adottato molti “golden” negli anni e poi ho l’abitudine di renderli i miei “comfort characters” 😉 Eppure, i “dark” ben scritti, sono tutt’altra cosa, una volta che ti catturano, non ti stacchi più. Inoltre, personalmente, se hanno una personalità complessa e anche un arco narrativo di redenzione, mi tuffo a pesce: un esempio fra tutti di un personaggio che ho odiato e poi è diventato il mio preferito dell’intera serie è Benjamin Linus di Lost.

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Ariadne Taylor

Come la principessa di Creta, possiedo un filo. Lei lo usò in un oscuro labirinto per liberare se stessa; io lo sciolgo in un labirinto di parole per liberare le mie storie.
Seguilo per scoprirle.