Articolo scritto da Chiara Baroncini (@chiarabaroncini_autrice).
Quanto incidono davvero i libri che leggiamo sulla nostra visione del mondo? Fino a che punto è giusto aspettarsi che un autore si faccia carico della responsabilità educativa attraverso il suo testo?
Si tratta di domande complesse e che richiedono un vasto approfondimento, ma su cui vale la pena riflettere.
Il dibattito sul ruolo educativo della letteratura non è una novità: già nell’antica Grecia Platone guardava con sospetto la poesia e la narrazione, ritenendole capaci di influenzare profondamente – e non sempre in modo positivo – la formazione dei cittadini. Al contrario, Aristotele ne difendeva il valore: riconosceva nelle storie, in particolare nelle tragedie, una funzione conoscitiva ed emotiva e le reputava capaci di generare nell’uomo una vera e propria catarsi.
A distanza di secoli, eccoci di nuovo a riflettere sul ruolo delle storie e su quanto esse ci influenzano davvero. Se pensiamo a classici come 1984 o Il signore delle Mosche, ci è chiaro che i libri possono essere uno strumento di riflessione politica, esistenziale e sociale e possono spingere il lettore a sviluppare uno sguardo critico sul mondo. Certo, non dobbiamo investire la letteratura di un ruolo che non le spetta: i libri rimangono innanzitutto dei prodotti di intrattenimento. Tuttavia, sarebbe ingenuo ignorare il loro impatto culturale.
In particolar modo, vorrei approfondire la questione relativa ai testi Young Adult e affini. In molti di questi prodotti, il confine tra rappresentazione e romanticizzazione si fa spesso sottile, e non è raro che relazioni caratterizzate da dinamiche disfunzionali vengano presentate come esperienze intense e desiderabili. Pensiamo al grande fenomeno di Twilight, che io per prima ho letto e amato da ragazzina: la famosa storia d’amore tra l’umana sbadata e fragile e il vampiro bellissimo e immortale nasconde meccanismi di potere sbilanciati, in cui il fascino e l’innamoramento nascono proprio dal controllo e dall’ossessione.
Il problema non risiede nella presenza di elementi che potremmo definire tossici: i personaggi controversi sono fondamentali nella narrazione, la arricchiscono e spesso sono la causa del conflitto che rende una storia degna di essere letta. Il problema si cela nel modo in cui vengono consegnati al lettore. Se le relazioni tossiche sono mascherate da storie d’amore travolgenti in cui la gelosia diventa passione e il controllo si trasforma in protezione, non si sta semplicemente raccontando una situazione disfunzionale: la si sta rendendo desiderabile. L’estetizzazione del trauma, la romanticizzazione di comportamenti violenti o controllanti e la loro conseguente normalizzazione sono molto pericolose, soprattutto per un pubblico giovane che sta ancora costruendo le proprie categorie affettive.
Il discorso si fa ancora più delicato se andiamo ad analizzare il modo in cui i comportamenti negativi e pericolosi vengono giustificati: molto spesso, alle spalle del personaggio problematico si cela un passato tormentato, costellato di indicibili abusi. Ma attenzione, perché il rischio è quello di strumentalizzare i traumi, riducendoli a semplici accessori narrativi necessari per giustificare azioni narcisiste, controllanti e manipolatorie. È bene ricordarsi, però, che una cicatrice emotiva non può mai essere una scusante; al massimo, può fornire una spiegazione.
Non sto dicendo che questi temi non debbano essere trattati, o che debbano essere impugnati solo a scopo di denuncia o sensibilizzazione, ma è necessario informarsi bene ed essere consapevoli della portata di ciò che si sta scrivendo. Parliamo di situazioni che nella realtà causano gravi danni emotivo-relazionali, i quali vengono studiati da discipline scientifiche e richiedono l’intervento di professionisti formati e specializzati nel supporto delle vittime. Trattare questi argomenti senza consapevolezza è mancare di rispetto a chi questi traumi li ha vissuti davvero.
In conclusione, mi sento di affermare che la letteratura non educa in modo diretto, ma esercita un’influenza implicita, perché contribuisce a costruire immagini, a sviluppare uno spirito critico e ci aiuta a interpretare il mondo e a orientarci in esso. Di certo, non possiamo addossare alle storie che leggiamo una responsabilità formativa, né dobbiamo aspettarci che siano la soluzione alle problematiche sociali che viviamo. Tuttavia, i libri sanno essere strumento di crescita e di riflessione, e di questo non dovremmo mai dimenticarcene.
Proprio per questo motivo, vale la pena lasciarci con alcune domande: come mai sentiamo il bisogno di romanticizzare il male? Da dove nasce il desiderio di idealizzarlo? E come mai funziona così bene? Oppure, ancora, cos’è che ci attrae così tanto di queste rappresentazioni?
Questi interrogativi non chiamano in causa solo ciò che leggiamo, ma anche il modo in cui ci approcciamo al testo e il significato che gli attribuiamo.







Lascia un commento