Articolo scritto da Giulia G. (@angry_grogu).
Prima di tutto una premessa: non sono una persona particolarmente diffidente.
Anzi, spesso sono quella che viene vista come ingenua, quella che si fida, quella che magari dà più possibilità del dovuto. E forse è proprio per tale motivo che aprire questo discorso mi mette un po’ a disagio.
Non perché non sia pronta al confronto, o perché pensi di avere ragione.
Il mio è solo un punto di vista, nato da come vedo le cose, e so che non potrà mai essere identico a quello di qualcun altro, anche quando sembra simile.
Ma c’è una cosa a cui tengo davvero: provare a costruire un’opinione che sia il più possibile mia. Non dai pattern appresi, non dalla paura che si è creata e non da un pensiero collettivo che, a un certo punto, rischia di diventare una verità automatica. Perché è facile iniziare a vedere sempre le stesse cose, ovunque. È facile convincersi che se qualcosa sembra in un certo modo, allora è in quel modo.
E questo è un argomento che oggi genera tanta paura: paura di essere ingannati, paura di non riconoscere cosa è autentico, paura di investire tempo in qualcosa che poi si rivela vuoto.
Lo capisco. Davvero.
Ma proprio per questo, sento il bisogno di fermarmi un attimo e provare a guardare le cose da più angolazioni, senza dare per scontato che la prima sensazione sia automaticamente la verità.
Non per negare quello che sta succedendo, non per difendere qualcuno a prescindere, ma per non perdere la capacità di guardare le cose anche fuori da quello schema.
Quello che leggerai dopo nasce da qui.
Non è che i lettori siano diventati cattivi.
Non è che si siano svegliati una mattina con la voglia di smontare gli autori pezzo per pezzo. È che a un certo punto hanno iniziato a riconoscere dei pattern, e quando riconosci abbastanza pattern smetti di fidarti. Non è paranoia, o almeno non nasce così. Nasce come difesa.
Perché ti sei fidato una volta, due, dieci. Hai letto libri vuoti, libri che sembravano scritti bene ma non lasciavano niente, libri costruiti più per esistere che per dire qualcosa. Hai dato spazio, tempo, attenzione. E in cambio hai ricevuto storie che non avevano radici.
E allora inizi a guardare meglio.
Troppo, forse.
Quello che prima era solo una scelta estetica inizia a sembrare costruzione. Quello che prima era uno stile diventa qualcosa da decifrare.
Anche certi immaginari, certe immagini perfette (troppo perfette) iniziano a spostare il dubbio altrove: se quello che vedo è generato, allora lo è anche quello che leggo?
E da lì scivoli, piano e senza accorgertene. Perché il punto non è più: “Mi piace” o “Non mi piace”. Diventa: “È vero o non è vero?”.
Questa è la frattura.
Perché l’IA non ha solo cambiato il modo in cui si scrive. Ha cambiato il modo in cui si percepisce la scrittura. Ha reso possibile sembrare autore senza esserlo davvero. Ha reso possibile avere una voce senza averla costruita. Ha reso possibile esistere nel mondo narrativo senza attraversarlo. E quindi adesso ogni cosa viene passata al setaccio. Non per cattiveria, ma per paura.
Paura di investire tempo in qualcosa che non ha un cuore. Paura di sostenere qualcosa che non è reale. Paura di essere, di nuovo, un po’ stupidi.
E allora si esagera.
Si cerca l’IA nelle virgole.
Si sente il “finto” nelle descrizioni.
Si legge rigidità dove magari c’è solo uno stile acerbo, o diverso, o semplicemente non affine. La diffidenza diventa lente.
Una lente, che un certo punto, deforma.
E qui succede qualcosa di ancora più sottile e altrettanto pericoloso. Perché mentre i lettori diventano sempre più attenti, gli autori non possono più permettersi di essere invisibili. Una volta bastava scrivere bene, o almeno, bastava provarci.
Adesso no.
Adesso devi essere riconoscibile. Devi essere leggibile come persona, prima ancora che come autore. Devi dimostrare che dietro quello che scrivi c’è qualcuno. Qualcuno che ha pensato, vissuto e scelto.
Perché se non lo fai, qualcuno lo farà al posto tuo.
E spesso, lo farà nel modo peggiore.
“È costruito.”
“È artificiale.”
“È IA.”
Anche quando non lo è.
È in quel momento che sparisce la zona grigia, quella in cui potevi essere in evoluzione, in ricerca, o in transizione. Adesso o sei autentico… o sembri finto. Non sempre è la stessa cosa. E allora sì, forse la paranoia esiste davvero. Ma non è il problema: è il sintomo.
Il problema è che abbiamo perso un pezzo di fiducia lungo la strada e non sappiamo più bene come ricostruirla. Perché la fiducia non è un algoritmo, non si verifica, non si dimostra. Si percepisce.
Quando inizi a dubitare anche della percezione… non ti resta molto.
Solo una domanda che torna, sempre uguale, sotto ogni pagina, ogni profilo, ogni messaggio: “È vero?”
E forse la cosa più onesta che possiamo fare, oggi, non è rispondere. Ma chiederci perché abbiamo smesso di credere.







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